lunedì 27 giugno 2011


ESAME DI MATURITA’. Tema d’italiano. Warhol spopola? Forse… ma vediamo perché.


di Tony Tundo


La tipologia D della prima prova d’esame, prendendo spunto dalla frase di Warhol, chiedeva l’analisi sociologica del più diffuso fenomeno contemporaneo, la smania di notorietà. La sociologia - come sappiamo - tende alla generalizzazione, azzera il dettaglio per far emergere categorie universali; è un percorso, a mio parere, rischioso e, spesso, discutibile, ma questo è. Lo studente salta questo tipo di approccio scientifico nella sua analisi, perché non lo conosce, salta un’indagine anche veloce sulle ragioni storiche, economiche, culturali dei comportamenti per dare una sua valutazione generica. Messa, perciò, nelle sue mani la generalizzazione diventa banalizzazione; succede con quella massa di opinionisti che si inventano psicologi e sociologi, ultimo prodotto mediatico, non dovrebbe succedere coi giovani candidati all’Esame di Stato, preoccupati di essere apprezzati da adulti che devono valutare il tema scritto? Questa è una generazione di giovani, sempre generalizzando, omologati e omologabili, non sono ribelli né critici né coraggiosi (se li giudichiamo dagli abiti che indossano e da certi comportamenti ci sembrano trasgressivi, sono invece come li vuole il loro gruppo, perché così si usa). E io dico, parafrasando U.Saba: "I padri sono gli assassini".

Poco più del 50% ha dunque svolto la traccia sull’”effimero” e io ho letto e corretto i temi; avrei voluto scannerizzare due campioni: il tema migliore (buono il lessico, la sintassi…) e quello peggiore (errori ortografici, linguistici, sintattici…) ma naturalmente non si può fare, peccato… sarebbe bastato a sostenere le mie osservazioni e soddisfare le curiosità che esse hanno sollecitato. Tutti hanno condannato la crisi dei valori, il desiderio di denaro facile, i modelli estetici imperanti; e che non farebbero per un rolex, per una moto...Insomma, come da previsione.
Una buona parte ha scelto di lavorare sulle altre proposte, decisamente impegnative: leggere i documenti, cogliere analogie, differenze, farsi un’idea personale e motivarla facendo riferimento a esperienze vissute, studi, libri, films. Stiamo parlando di politica (Destra e Sinistra, roba da fini politologi), di scienza, di economia, e anche dei sentimenti che più conosciamo e meno sappiamo raccontare: l’amore, l’odio, la passione nelle parole dei poeti, nei pennelli degli artisti. Hanno veramente lavorato, montando e smontando le testimonianze, appropriandosene per creare un prodotto personale. Per me questo è fare un tema. Significa che io condanno – e penalizzo - gli studenti che hanno scelto la via facile? No, assolutamente no. Osservo!

giovedì 23 giugno 2011

Quando le proposte culturali vengono da un giovane e gli adulti gli negano gli spazi.
Perché a Scampia si e a Galatina no?
di Fausto Romano

(Nell'immagine la facciata del Teatro Tartato, sopravvissuta alle ruspe grazie all'amore)

Mia amata Città di Galatina,
in questo tempo estivo ormai prossimo alle vacanze, nostalgico del mare, degli odori e del sapore della nostra terra salentina che tanto - e sempre - mi manca, ti scrivo perché sento la necessità e il bisogno di condividere un mio sconforto e rammarico. Il fatto è questo: da ormai quattro anni vivo a Roma, dove studio Recitazione presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica S. D’Amico, e di questo, potreste dirmi voi, a noi che importa? Giusto, ma datemi tempo! Lo scorso settembre, dopo cinque mesi di lavoro ho debuttato col mio primo spettacolo teatrale scritto e interpretato da me. Questo spettacolo dallo strambo titolo “Bristite ekti Golap” frase bengalese che tradotta nella nostra lingua significa “una rosa sotto la pioggia” tratta il tema del Bangladesh e dei Bengalesi in Italia; la loro storia, come e perché arrivano nel nostro Paese, la situazione della loro terra ormai privata della sua “coscienza”, il lavoro che svolgono in Italia: quello dell’ombrellaio e del “rosario” cioè quello che vende le rose, etc.
Non mi soffermerò sulla descrizione dello spettacolo, perché non lo sto promuovendo, o meglio, vorrei farlo, ma non posso…e ci stiamo avvicinando!
Come scrivevo poc’anzi, lo spettacolo ha debuttato a Roma e nello scorso aprile è stato presentato - nell’ambito di un importante Festival Nazionale di Teatro - a Napoli, precisamente a SCAMPIA. Quest’ultimo nome è legato senz’altro ai più noti fatti di cronaca nera degli ultimi anni, e non nascondo la mia preoccupazione quando mi fu comunicato che la messa in scena dello spettacolo si sarebbe tenuta lì, in un Teatro ricavato in un'ex struttura sportiva. Al mio arrivo nel quartiere napoletano, che dista dal centro della città una mezz’oretta di metro, sono stato accolto subito dalla simpatia e dalla cordialità dei napoletani che, in “processione” ci hanno accompagnato in questa struttura grande e tutta in cemento che da fuori faceva pure un po’ paura. Potrei narrare altri simpatici fatti dei nostri amici partenopei, ma svierei il lettore che attentamente sta leggendo queste righe e per questo lo ringrazio.
Bene, dopo la bellissima esperienza napoletana, dove lo spettacolo ha avuto un buon successo, ricevendo il plauso e l’applauso del pubblico e della giuria del Festival, ho pensato che sarebbe stato bellissimo portarlo nella mia cara città, Galatina. Mi è parsa una brillante idea, mi ha “rapito l’animo” l’eccitazione di presentarmi dinanzi ai miei concittadini, ma dopo mi son chiesto:
MA DOVE? IN QUALE TEATRO?
Ho iniziato a vagliare le possibilità.
Opzione numero 1: TEATRO TARTARO.
Quant’era bello, sfortunatamente ho visto solo delle foto dell’interno (è stato chiuso per decenni), ricordo solo le ruspe che con maestria buttano a terra quello che per anni è stato un cuore pulsante non solo della città di Galatina, ma del Salento. Ricordo che ero troppo piccolo per capire, per far qualcosa contro quell’atto barbaro e “disumano”.
Oggi, di Teatro, c’è rimasta solo la scritta fuori che, fiera, sembra non voler cedere all’ingiustizia subita di vedersi trasformare in un misero e ormai - parliamoci chiaro - fallito pseudo centro commerciale con all’ultimo piano una piccola sala cinematografica (per carità meglio di niente), come a ricordare e a simboleggiare la funzione primaria di quell’edificio.
Gli hanno dato anche un bellissimo e sonoro nome: “Gallerie Tartaro”, e subito mi viene in mente l’immagine di quelle lunghe e buie gallerie che si trovano sulle autostrade appenniniche, quelle che una volta dentro ti manca l’aria e spingi il piede sull’acceleratore con la speranza di riveder presto la luce.
Quindi, niente da fare, abbandono l’opzione Teatro Tartaro.
Opzione numero 2: CAVALLINO BIANCO.
Si, bellissimo, con quel meraviglioso cavallo bianco al centro di quel grande foyer (che per chi non lo sapesse, non per un sua pecca, ma perché forse non è potuto entrare mai in un Teatro nel Salento, perché ahimè scarseggiano, è la sala prima di entrare in platea).
Che spettacolo di Teatro, nonché Cinema! Ma che fine avrà fatto? Si narrano storie di soldi destinati al progetto di restauro e di ripristino, soldi mai arrivati, forse mai partiti! Chiuso da anni, morto, sepolto, e qui anche la scritta “CINEMA” ha alzato i tacchi e se n’è andata! Povero Cavallino Bianco!
Quindi ho dovuto abbandonare con tristezza il mio piccolo, ma a questo punto posso dire, ambizioso progetto di portare uno spettacolo teatrale nella mia città natale.
E allora cara Galatina, cari concittadini, cari amici, alla fine di tutta questa valanga di parole che vi ho sciorinato addosso di cui potete non tener conto, vi domando, mi domando:
PERCHE’ A SCAMPIA SI E A GALATINA NO?!
Può una città, una comunità, una Terra, vivere senza TEATRO, senza cultura, senza un’identità. È come vivere senza SPECCHI, e sfido voi ad alzarvi la mattina e non poter vedere che bella faccia avete!
Concludo qui la mia letterina sperando che in questo tempo di Referendum, di SI e di NO, di croci, di acqua, di scorie e di quant’altro possiamo interrogarci anche sulla nostra cultura e la nostra storia. Qualcuno ha detto che la “Cultura non si mangia”, ed è vero, ma secondo me si BEVE, ed è scientificamente provato che si MUORE prima DI SETE che di fame.
Con affetto e speranza.
Fausto Romano

martedì 21 giugno 2011

[FOTO SUDCRITICA, sabato 18 giugno]
Siamo indignati per il gesto ignobile che è stato compiuto a Modugno (BARI) alla sede di Italia Giusta secondo la Costituzione. Gesto vile e, soprattutto, profondamente ignorante perché non è certo da comportamenti simili che può farsi intimidire e/o zittire chi fa infaticabilmente della Democrazia e del Confronto la sua stessa ragion d'essere. Ce ne sentiamo coinvolti perché siamo orgogliosi di far parte dell'Associazione; si può vedere, infatti, sulla porta della sede una delle tante locandine (questa a destra) di una iniziativa organizzata a Galatina (LECCE) in collaborazione e per conto di I.G. Non ci sembra eccessivo dire che insultare l'impegno della Fondazione Popoli & Costituzioni sia un po' come sparare alla Croce Rossa.


Questo il comunicato di Italia Giusta da www.sudcritica.it:


PERCHE' L'"UOMO NERO" CI STRAPPA I MANIFESTI

Nella notte tra venerdi 17 e sabato 18 giugno 2011 ignoti hanno dolosamente strappato riducendolo a brandelli un manifesto affisso nella bacheca posta all’esterno della sede di Italia Giusta secondo la Costituzione in Modugno (Bari) nella piazzetta di via Santa Caterina.
La bacheca si presentava, il mattino di sabato, nelle condizioni che qui si documentano.
Come ben si vede erano rimasti i lineamenti del volto lugubre di un “uomo nero”.
Non si è trattato del primo episodio del genere e tuttavia si è trattato di un gesto platealmente ingiurioso e minaccioso.
Perché tanta premura e tanta viltà?
[...]
Che cosa si è voluto cancellare, dunque, perché nessuno si fermasse a leggere e a discutere? un concetto mille volte ripetuto da Italia Giusta: che in quel Comune la democrazia è diventato un lusso che non ci si può permettere; che in quel paese le opinioni vanno scoraggiate, le critiche represse. Un gruppo di potere ha nesso le mani sulla cosa pubblica e non lascia spazio anche ad una parvenza di opposizione sociale e politica.
Italia Giusta secondola Costituzione è impegnata in questa fase in una sua riorganizzazione complessiva ed in una serie di iniziative culturali e politiche. Il manifesto oculatamente strappato testimoniava dell’esistenza dell’unica voce critica nella comunità.

sabato 18 giugno 2011

Lunga vita a Franca Valeri, incantevole reticente.di Tony Tundo

“ A vent’anni era affondare il fascismo,
a trenta avere in pugno il teatro,
a quaranta tutto,
a cinquanta occhiali e quasi tutto, e…eccomi."

Le autobiografie forse sono costruite, ma Franca Valeri batte sul tempo eventuali critiche e ne parla, nelle ultime pagine del suo libro: Bugiarda no, reticente. La definiva così la madre ed è ancora la sintesi della sua personalità, tanto più oggi: si dovrebbe insegnare La Reticenza.
"La ma vita raccontata sembra un quadro clinico, non esattamente il mio. Sconfino spesso in zone che non mi appartengono. O forse no: noi in famiglia abbiamo sempre avuto un senso della proprietà molto particolare, ci piace la nostra roba, non quella degli altri, se sconfino vuol dire che è ancora zona mia".Passare attraverso il Novecento di Franca Valeri più che una lettura è un breve viaggio, perché il racconto del suo tempo si intreccia ai tempi della cultura, della moda, della storia e del costume e del loro graduale svuotarsi e il lettore non può non essere sedotto da una intelligenza strepitosa, da un’ironia tanto raffinata quanto graffiante, ma soprattutto da una sintesi magistrale: “a vent’anni era affondare il fascismo, a trenta avere in pugno il teatro, a quaranta tutto, a cinquanta occhiali e quasi tutto, e…eccomi”.E la storia privata di un donna (totale nell'amore una meravigliosa disgrazia che ti colpisce tra capo e collo, e sempre tradita - fatale! - ; amica per affinità elettive, innamorata dei suoi sei cani) ti conduce in un percorso che incrocia sfiorandoli appena - non è un libro, sono appunti in ordine sparso intensi e godibili allo stesso tempo - i tragici eventi storici del '900 (la guerra, le leggi razziali, la Liberazione) e il declino dei valori una delle tante parole/cose che la troppa retorica ha insterilito che la Valeri con determinazione condanna “la nostra freddezza ha favorito la maleducazione”; “le donne e i loro mentori si configurano un bisogno di libertà che le cancella dalla storia della bellezza”; ”non farei mai l’insegnante, ma se fossi condannata a farlo, direi - Fate soltanto quello che siete capaci di fare - ” “il ventesimo secolo ha dato molto alle arti compensando con eleganza i disastri che ha fatto altrove; ma la quantità di calamità che ha messo insieme nei suoi primi dieci anni assomiglia alle feroci bizze di un bambino viziato, spero di vivere abbastanza per vederlo rinsavire”.Nata in un’agiata famiglia borghese di origini ebree, ha avuto un’adolescenza, in fondo, fortunata o, più correttamente, la fortuna di essere stata educata all’onestà, al rigore, naturalmente all’antifascismo, alla volontà e alla libertà, e l’ironia, eredità del padre ebreo, vocazione e, insieme, esercizio di sopravvivenza. Racconta con pudore - e limpidezza disarmante - che lei a Piazzale Loreto ci volle andare: volevo vedere!Nei suoi personaggi, oggi nella leggenda dello spettacolo, ha dato forma alla Signorina Snob, indifferente al prossimo, imbecille, sola, e priva di passioni “Se si fosse trovata la passione fra le mani, sarebbe corsa a lavarsele”. E alla sora Cecioni, versione caricaturale romana e ancor più popolare – forse ispirazione e archetipo - della casalinga di Voghera di cui molti intellettuali rivendicano la paternità. Ha fustigato la mediocrità e la viltà, lei coraggiosa, intelligente e libera come solo le donne, poche certo, ma solo le donne sanno essere. Non è, o non sembra, una donna serena (troppo intelligente!), ma possiede quella sua impareggiabile raffinata ironia, cifra dei grandi. Ha scelto il nome d’arte Valeri come omaggio a Paul Valery di cui deve aver assorbito la leggerezza. Parafrasando Paul Valéry “Il faut être léger comme l’oiseau et non comme la plume” (bisogna essere leggeri come l’uccello e non come la piuma”), si gusta nella scrittura - pur amara - della Valeri un’eleganza composta, ma con corpo e anima che ne fa un modello di precisione e determinazione.
Un inno alla libertà e all’intelligenza: la signora Valeri soffre della sindrome di Parkinson, ma non ha permesso alla sua malattia di condizionare la qualità della vita (in questi mesi è stata in tournée). Molti stanno scrivendo di lei, in particolare dall’estate scorsa perché ha compiuto novant’anni e - per una forma di rispetto, forse – non parlano della sua malattia. Eppure la sua grandezza è proprio in questo, la luminosità che l'età e gli evidenti segni della malattia non hanno ingrigito: per le donne - in particolare nell'ambiente dello spettacolo - i capelli bianchi, le rughe e ogni altro segno dell’età sono muraglie e, in forme diverse, provano a difendersene, spesso con risultati goffi e omologanti; lei no, la sua sfolgorante intelligenza è il suo charme senza tempo, senza handicap.Racconta nella sua autobiografia che in una sua celebre commedia fa dire a Santippe che quando ha compreso che per capire Socrate doveva usare il cervello, si è accorta che il suo cervello era più svelto delle gambe. Una lezione di stile, oggi che assistiamo alla banalizzazione nevrotica - se non strumentale - del femminile.
Aldo Grasso ha scritto nei giorni scorsi che la TV dovrebbe dedicarle una serata; no, non in questa televisione, a lei che ha conosciuto Sartre e Chaplin anche il teatro di questi tempi sta stretto, la televisione poi…

lunedì 6 giugno 2011



150 anni. Nascita e declino della Scuola pubblica di Tony Tundo

(la foto è il logo - con una formula freudianamente rivelatrice - che il MIUR ha scelto per il progetto "Costituzione e Cittadinanza a scuola nel Salento". Il progetto è fallito, come tutto).


Il graduale svilirsi della funzione della scuola in questi ultimi anni ha raggiunto punte di gravità delle cui ricadute evidentemente nessuno prende davvero atto. Là dove c’era preoccupazione, poi disillusione, ora è solo rassegnazione. Dal momento che questo è l’anno dei bilanci, se volessimo riflettere sul lascito che l’Unificazione italiana prima, la Carta Costituzionale poi hanno dato agli italiani non potremmo prescindere dalla priorità del valore della cultura che è il distintivo identitario di una nazione come la nostra che, attraverso un percorso storico tormentato, ha raggiunto una dimensione di libertà che dovrebbe trovare il suo presidio nella scuola, prima e più che in ogni altra istituzione. E la scuola è fatta di docenti e studenti, protagonisti indispensabili – piaccia o no - dell’identità e dei mutamenti storici; essi dovrebbero essere la ricchezza della società e sentire con orgoglio la responsabilità di raccordare l’identità ricevuta al presente e rinnovarla. Se glielo lasciassero fare. Se non fossero stati ingannati, tutti, docenti e studenti. Se non fossero stati ricattati. Se è vero che affrancare il popolo italiano da una condizione subalterna era il primo patto da onorare nel rispetto della Costituzione italiana del ‘48 e se è vero che la civiltà rurale aveva il diritto sacrosanto di aprirsi alla modernità, è ancor più vero che dalla svolta democratica (i decreti delegati) degli anni ’70 il rinnovamento è stato solo di facciata, quasi sempre ambiguo e contraddittorio; la scuola non più censitaria ma di tutti doveva coniugare la scolarizzazione alla valorizzazione delle risorse del territorio da quelle agricole a quelle artigianali, far emergere i talenti, sottraendo la formazione scolastica al monopolio dei figli di papà ma tenendo intatta la sua dignità, non snaturandola; il diritto allo studio non doveva confondersi col diritto al diploma, con l’omologazione verso il basso, pena la contrazione delle cattedre, la perdita di posto di lavoro per gli insegnanti, un ricatto sottaciuto ma reale. Francamente uno squallore! Possono stare insieme due cose concettualmente inconciliabili: anarchia e dittatura? A scuola sì! Difficile dire come possa accadere, ma è così, esse convivono anzi sono complementari e funzionali al sistema dirigista: bisogna fare gli italiani.
Banditi definitivamente i fatti, persi di vista gli obiettivi concreti, oggi si fa un abuso anche offensivo delle parole: merito… qualità… La qualità viene misurata con i cosiddetti test INVALSI (acronimo che sta per Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione), più adatti a prodotti industriali che a persone, d’altra parte la scuola si è trasformata in scuola-azienda che sforna marchi di qualità di dubbia origine e altrettanto dubbia fine: gli studenti migliori emigrano all’estero, la fuga dei cervelli continua, il sogno americano continua. Il Ministero, che raccontano il più confuso fra i ministeri, è senza incertezze: Lui la qualità delle scuole la misura dai quadri (le valutazioni) finali: la scuola che promuove di più è quella che funziona meglio; il docente migliore è quello più generoso nei voti. E tutto va tradotto in denaro. Da qui la corsa a dare pagelle di nove e dieci, terminati gli esami di maturità saranno i quotidiani locali e nazionali a stabilire le classifiche, a dare le pagelle alle scuole italiane: si chiama orientamento scolastico. E tutto va tradotto in denaro. Chi c’ha messo passione, c’ha investito nella scuola non sa più qual è il suo mandato, al pensiero che gli si chiede di formare la classe dirigente del futuro, per salvarsi da sensi di colpa e impotenza, si difende con l’indifferenza.

sabato 28 maggio 2011

“Yara, sei immensa!”
di
Tony Tundo



La piccola Yara Gambirasio è stata cremata. Lo avevano deciso al momento del ritrovamento del corpo i suoi genitori. Ad esequie avvenute, leggo la conferma di questa volontà con un accorato - e vagamente rassicurante - sentimento di dolcezza. Ho creduto pensandoci frettolosamente, perché la domanda su cosa sarà del nostro corpo dopo la morte la rimuoviamo in fretta, che la cremazione fosse una questione di cultura certe pratiche hanno radici etniche, che si trattasse di scelte religiose; e ho preferito liquidare paure e immagini inquietanti - poco e male informata - certa che scegliere fra forme diverse di sepoltura è roba da ricchi.
Invece le parole dei genitori, affidate a un sacerdote nella parrocchia di Brembate, semplici disperate parole d’amore, “Yara, sei immensa!” aiutano a veder chiaro, convincono: non si addice a una bambina altro modo di sepoltura, la fantasia, l’allegria, i sogni, il sorriso non sono materia, sono luce, vento, profumo, calore; l’immensità dell’immateriale deve essere al riparo dal degrado naturale della materia dopo la morte. Un infame ha fermato una giovane vita, succede sempre più spesso e spesso sento dire uccisa senza un perché. Mi chiedo che cosa significhi, abbiamo bisogno di un perché? C’è un luogo della ragione nel quale trovare una risposta che plachi la vittima, che rassicuri noi che assistiamo impietriti? Niente darà un senso alla mutilazione inferta ai genitori, ma nessuno potrà contenere né corrompere l’immensità del sorriso di Yara, fresco e fermo all’ultimo saluto alla mamma prima dell’allenamento quotidiano in palestra.

venerdì 20 maggio 2011



Primo Levi. Da "I sommersi e i salvati" P. Levi - terzo capitolo
rilettura attualizzata, seconda parte.


La vergogna


E c'e' un'altra vergogna piu' vasta, la vergogna del mondo. E' stato detto memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non, che "nessun uomo e' un'isola", e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c'e' chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, cosi' da non vederla e non sentirsene toccato: cosi' hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell'illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicita' o di connivenza. Ma a noi lo schermo dell'ignoranza voluta, il "partial shelter" di T. S. Eliot, e' stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello e' salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perche' era tutto intorno, in ogni direzione fino all'orizzonte. Non ci era possibile, ne' abbiamo voluto, essere isole; i giusti fra noi, non piu' ne' meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perche' sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai piu'; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore e' la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.