𝗢𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲.
𝗦𝗶 𝗰𝗲𝗹𝗲𝗯𝗿𝗮 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮.
𝐼 𝑤𝑜𝑢𝑙𝑑
𝑝𝑟𝑒𝑓𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑡
𝑡𝑜
𝑷𝙖𝒓𝙤𝒍𝙚 𝙥𝒂𝙧𝒐𝙡𝒆 𝒑𝙖𝒓𝙤𝒍𝙚
♪,
♫
♫.
Come un gioco, come una
vecchia canzone, come le persone.
In vita hanno brillato, ma si celebrano solo quando
scompaiono. E vai, celebriamo la lingua italiana, pur con il sospetto che
torneremo a comunicare con vocalizzi e suoni gutturali. La faccio tragica,
forse, ma si può negare che stiamo permettendo - imbelli - l’impoverimento e la
corruzione della parola? Metaforicamente (ma anche fuor di metafora) mi piace
rifarmi ai versi di Parini in quella magnifica Ode che è La Caduta: […] 𝑜, 𝑝𝑎𝑟𝑖 𝑎 𝑣𝑖𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑚𝑎, 𝑖𝑙 𝑝𝑢𝑑𝑜𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑢𝑙𝑡𝑖, 𝑑𝑖𝑙𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑐𝑢𝑟𝑟𝑖𝑙𝑒 𝑖 𝑏𝑎𝑠𝑠𝑖 𝑔𝑒𝑛𝑖 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑎𝑙 𝑓𝑎𝑠𝑡𝑜 𝑜𝑐𝑐𝑢𝑙𝑡𝑖. Nel privato, nel pubblico questo è
la parola oggi. Invece è preziosa come un prisma dalle tante facce, una specie
di matrioska: per capirne l’anima bisogna andare ben oltre la superficie. Lo
sapeva bene il prof. Sabatini quando volle e propose una settimana tutta intera
dedicata alla lingua italiana nel mondo. E io voglio esagerare, anticipo la
festa: fiato alle trombe. Ho un libro con più tomi in testa perché un universo
babelico è la parola se si vanno a esplorare tv, storia, leggi, canzoni,
cinema, poesia, favole, informazione. Luce e oscurità.
𝐋𝐢𝐧𝐠𝐮𝐚
e 𝐓𝐕
-Se accettiamo indiscriminatamente tutto quello che dice la
televisione andiamo dritti verso un nuovo analfabetismo-, sentì dire qualche
anno fa. Mi si rizzarono i capelli in testa; oggi so che è la realtà. Se
percorri a ritroso le tappe del primo media, la TV, trovi un passato glorioso,
il boomer lo sa. E la grande intuizione di Alberto Manzi Non è mai troppo
tardi? E Parola mia dell’amato Luciano Rispoli con il prof. Beccaria?
Analfabetismo proprio no, perché i dati dicono che negli anni ’60 il 13% degli
italiani nell’atto di firmare apponevano una X sul documento, ma nello stesso
anno – grazie alle lezioni di Manzi - 35.000 persone ottennero la
licenza elementare. Aveva però ragione 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 (come sempre) definendola 𝑝𝑎𝑙𝑒𝑜𝑡𝑒𝑙𝑒𝑣𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒.
La televisione, che ha fatto meglio della scuola (raggiungeva
territori isolati, persone molto avanti con l’età, alfabetizzando e unificando
il paese anche sul piano culturale), ha tradito la missione pedagogica. Oggi…
le parole deridono, offendono, manipolano, falsificano - le fake son sempre in agguato - così la parola
diventa slogan, etichetta, involucro del niente. Ed è presto fatto, il
dibattito è polarizzato, il consenso ottenuto; mai il popolo è stato più bue di
oggi. Esempi in quantità. Cosa mai significherà davvero 𝐌𝐀𝐆𝐀? Il sogno americano è diventato
l’incubo americano. E 𝐖𝐎𝐊𝐄? Consapevolezza delle ingiustizie sociali, forse? No
davvero, woke è un’arma retorica, si intende – in pratica – irridere e tacciare
di ipocrisia chi ha a cuore la tutela di tutti i diritti e si evoca una nuova
ideologia: l’ideologia 𝐖𝐎𝐊𝐄. 𝗥𝗲𝗺𝗶𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲… mentre io provo ribrezzo perfino a
digitarne le lettere sulla tastiera, è il primo tra i programmi politici
elettorali. Significa deportazione, esodo, forzati beninteso. 𝐂𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞
infine, limitandomi. Questa è facile: memoria cancellata 𝑡𝑜𝑢𝑡
𝑐𝑜𝑢𝑟𝑡. Non ci si vuole cimentare in un pensiero complesso, è
pericoloso, d’altra parte non possediamo più le parole per farlo. Sto parlando
di pensiero critico, roba giurassica.
C'era una volta… no, non era una volta ma pochissimi anni fa,
una tv che educava giocando; era Per un pugno di libri, presentato da Piero
Dorfles e Geppi Cucciari. Altri tempi... liceali in gara che si
sfidavano sui classici e sulle parole, divertimento da tifoseria. E non finisce
qui: fino al 2022 c’è stato un gradevolissimo programma: Le parole per
dirlo. condotto con eleganza e cura e approfondito con sapienza mista a
ironia, leggerezza e garbo da linguisti di gran livello. Peccato che neppure
quest’ultimo abbia resistito alla decadenza. Diciamolo, la televisione è
obsoleta.
Vanno le diverse piattaforme; ma andando a esplorare, che
cosa propongono? C’è una visione? Un sognatore che combatta il dilagante
analfabetismo di ritorno, un erede del Maestro Manzi dei giorni nostri? Dietro
alle piattaforme digitali, a Netflix, ad Amazon o a Sky c'è il potere globale e
la logica è esclusivamente economica. Obiettivo è monopolizzare le abitudini di
consumo e influenzare il mercato. Cosa può sperare l'uomo dai re Mida del
business, certo non la crescita culturale, il livellamento e l'omologazione sì.
Vogliono un gregge, senza pecore nere. Eppure il mito di re Mida andrebbe
esplorato: è di un’attualità sconcertante.
Parafrasando 𝐒𝐚𝐧𝐠𝐮𝐢𝐧𝐞𝐭𝐢 (il vizio di ricorrere ai maîtres à
penser non ti lascia mai e personalmente lo ritengo un obbligo), verseggiamo:
queste sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola d’Atene, è
il burro,
questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il
muscolo massatere, è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi il
denaro.
Un ritratto di precisione del nostro tempo, preciso come lo
scandaglio in materia nautica.
Ma è festa, no? Ci vuole maggiore impegno e, come sul ring,
mai gettare la spugna. Cominciamo col prenderne atto, ricordiamoci della
libertà di scegliere chi vogliamo essere. Ed è dal possesso e dall’uso della
parola che si parte. Bisogna averne cura, perché è preziosa come il diamante,
ma fragile e delicata come un coccio di vetro. 𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑒, ricordiamo il monito di 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐋𝐞𝐯𝐢.
Per onorare la lingua, onoriamo la memoria.
𝐈𝐥 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 𝐝'𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞. 𝐔𝐧𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐞𝐫𝐚.
𝗜𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗲,
il primo film ch’io
ricordi con interesse – non seguo metodo neppure cronologico, parole in
libertà ça va sans dire - che si gioca proprio sulla parola. Albert,
dopo intricate vicende dinastiche, indossa la corona – sarà Giorgio V - ma è affetto da balbuzie, deve trovare una
voce, il suo ruolo gli impone di comunicare con le parole, deve poter arringare
le folle, come un buon leader. Si tratta della lotta di un uomo contro i suoi
limiti, il possesso della lingua come un’𝑒𝑝𝑖𝑓𝑎𝑛𝑖𝑎: Giorgio V studierà e pronuncerà il
discorso più bello, arringherà il suo popolo per una causa giusta: vincere la
guerra contro il Terzo Reich.
Ne "la lettera scarlatta" di N. Hawthorne la
parola 𝑠𝑡𝑖𝑔𝑚𝑎𝑡𝑖𝑧𝑧𝑎, la sola vocale 𝐚 si leggerà 𝑎𝑑𝑢𝑙𝑡𝑒𝑟𝑎. E la parola diventa un marchio
identitario. Era il VII sec. Oggi è cambiato tutto, oggi non è cambiato niente.
La surreale lettera
dei fratelli Caponi in Totò, Peppino e la malafemmina continua a essere
un cult per gli amanti di quei giganti del nostro teatro. Ma non è solo
comicità, l'uso scorretto e pretenzioso della parola ironizza
sull'analfabetismo dell'epoca (era il '56), e nello stesso tempo fa da parodia
alla 𝘣𝘶𝘳𝘰𝘤𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢.
Il tema del linguaggio della burocrazia appassionò Italo Calvino:
per lui l’antilingua. Ne scriverà più volte, anche con l’invenzione di
un aneddoto di raffinata efficacia. L’antilingua, ovvero l’arte di
complicare una lingua semplice, un saggio pubblicato nel 1965 sul
quotidiano Il Giorno.
La mutazione
antropologica, per Calvino, passava sostanzialmente da questa sensazione di
straniamento. Va assolutamente letto e meditato, a Calvino va lasciato uno
spazio tutto per sé.
Mi concedo soltanto questo passaggio, “il sugo della storia”:
<<chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e
interesse per le cose di cui parla […]. la motivazione psicologica
dell'antilingua è la mancanza d'un vero rapporto con la vita, ossia in fondo
l’odio per sé stessi>>. Mi pare di assistere ai tanti talk show che
ci ammorbano quotidianamente.
Nel cinema di Michelangelo Antonioni, neanche
tanto più tardi, da Blow-up a Deserto rosso, la parola subisce
una progressiva demolizione: il dialogo perde il suo ruolo centrale nella
narrazione e nel mettere a nudo le emozioni. La sceneggiatura non ha una
struttura né schemi; i silenzi, i tempi morti, l’immagine, gli sguardi
veicolano l’unica comunicazione possibile. Il silenzio eloquente, quella vita
sospesa, quella solitudine della modernità che ha appunto perso la parola.
E fin qui, riducendo all’osso, la parola nelle arti visive. Ma
sposto l’attenzione alla 𝗖𝗮𝗻𝘇𝗼𝗻𝗲 𝗱'𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲 (sì, proprio così: Canzone d’autore ab antiquo) che è
la primissima forma di opera letteraria. Da “Cantami, o diva…”. Omero; a
“Canzonetta novella, va’, cantami nova cosa…” Jacopo da Lentini; fino - qualche
secolo più tardi - a “Canzone, cercala se puoi…” di Lucio Dalla. La
parola, se si pensa a tutti i generi poetici e alla narrativa, dalla
fiaba al romanzo, è patrimonio immateriale perciò eterno. Dall’origine dei
tempi a oggi. Lo ammetto, è un’operazione di nostalgia.
Tra la farragine del linguaggio istituzionale, di quel tipo
che 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐆𝐫𝐚𝐦𝐬𝐜𝐢 definisce 𝑚𝑎𝑐ℎ𝑖𝑎𝑣𝑒𝑙𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑙𝑙𝑖, l'atteggiamento tipico di chi
pratica una politica basata sull'astuzia spicciola, sul trasformismo e la sciatteria
diffusa che va trasversalmente dai quotidiani ai tg , l’omologazione dei
giovani al gruppo, che… 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘪 𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘦𝘪 𝘶𝘯 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘱𝘢̀ 𝘥𝘢 𝘣𝘶𝘭𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘳𝘦, la lingua italiana è, oggi,
imbastardita e impoverita. Un numero approssimativo: di ben oltre 250.000 lemmi
presenti nel vocabolario, i ragazzi usano non più di 800; ho letto recentemente
che 𝑠𝑖 𝑠𝑚𝑎𝑟𝑟𝑖𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜, si perdono dall’uso ogni anno
almeno 120.000. Le ragioni sono tante e complesse, ci sono i neologismi, gli
anglismi, i regionalismi, il gergo social, gli acronimi, il gergo urbano (non
mi piace ricordare, ma lo faccio: hanno orgogliosamente voluto un decreto
anti-maranza…; nuovi fenomeni pseudoartistici che influenzano, insieme al
“look” e al comportamento, anche i modi della comunicazione. È la Generazione Z.
Uno scrivano, il suo nome era 𝐁𝐚𝐫𝐭𝐥𝐞𝐛𝐲, a ogni domanda gli venisse rivolta,
rispondeva: 𝐼 𝑤𝑜𝑢𝑙𝑑 𝑝𝑟𝑒𝑓𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑡 𝑡𝑜. Per anni aveva lavorato
nell’ufficio delle lettere smarrite, ingranaggio di una macchina. La risposta è
la più potente: No! Non mi piacerebbe finire come il personaggio di 𝐌𝐞𝐥𝐯𝐢𝐥𝐥𝐞. Io non voglio essere 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑛𝑡𝑒!
Eppure la parola è catartica e non solo: è anche salvifica. Nell’oceano
della 𝐍𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 mi è parsa sempre degna di grande
attenzione e stupore la fiaba, le mille e una fiaba. Nella cornice di
una storia - la prima mai scritta – sulla violenza di genere. Vi sono, infatti,
le più belle fiabe della tradizione orale in quest'opera fondamentale che viene
dall'Oriente: Le mille e una notte. È Shahrazad che incanta con
la magia della parola il re Shahriyàr e interrompe una catena di femminicidi. Salva
sé stessa e altre mille, e salva il re dalla sua parte tenebrosa, lo libera
dalle catene dell'odio.
Le parole dei libri hanno dato forma alle idee, formato la
nostra coscienza. In una manciata di capolavori da Petrarca a Montale, a Pasolini,
a Eliot, a Mann, a Keats, a Coleridge, che hanno fatto la nostra storia
personale e non solo, pur nel disordine dei riferimenti – tanti e tali sono le
suggestioni che hanno lasciato gli incontri con i grandi scrittori -, e immaginando la nostra crescita umana
come lo strutturarsi di un corpo organico, va riconosciuto che tutte le
funzioni vitali hanno preso origine dal Padre Dante. Ha inventato la
lingua italiana, (tra le nuove parole – forse 150 - ne scelgo una, la più affascinante:
inmiarsi), valorizzando il volgare, plasmandolo sì da adattarlo al grottesco,
al tragico, al sublime.
Tutto è venuto dopo Dante. Anche a distanza di secoli, la
lettura dell’opera dantesca ti apre a comprendere realtà lontane, abissi
interiori. Mondi lontani nel tempo, ma allo stesso modo profondi come quelli
che incontri nei romanzi di Sandor Màrai, tra i miei scrittori
preferiti, prolifico e intenso sin dall’esordio. Nelle sue storie, la parola è appassionante testimonianza,
energia vitale, ti cattura, ti prende per mano e ti fa attraversare la porta
che ti trascina dritto dentro le vite degli altri che poi trovi tanto affini
alla tua; accade nei monologhi in particolare: mirabili!
Spirituale e sacra è
la parola per Joseph Roth, e ci ricorda il "verbo" della
tradizione biblica, il logos greco: ragione e verità, potenza evocativa ne La
cripta dei cappuccini. E oggi, che fine ha fatto la ragione? Ha senso la
verità? Perché abbiamo permesso che la parola fosse svilita e svenduta? Immaginandola
come un mattoncino lego, simbolo di ingegno e creatività, perché è questo la
parola, si è scelto di farne fortezze non ponti; si costruiscono droni, non
velieri.
Non serve fare barricate, ma con semplicità, cura e mitezza
lavorare per un nuovo Umanesimo che parta dal linguaggio, e il linguaggio si
farà cosa, pensiero, emozione, coraggio. Umanità.




